Riflessione personale scritta nel novembre 1947
Chi amare? Tutti i miei fratelli dell' umanitá. Soffrire con i loro
fracassi, con le loro miserie, con l' oppressione di cui sono vittime.
Rallegrarmi delle loro allegrie. Cominciare per trarre di nuovo al mio
spirito tutti quelli che ho trovato nel mio cammino: quelli da cui ho
ricevuto la vita, coloro che mi hanno dato la luce e il pane. Quelli con
i quali ho condiviso tetto e pane. Coloro che ho conosciuto nel mio
rione, nel mio collegio, nell' Universitá, nel quartiere, nei miei anni
di studio, nel mio apostolato… Quelli con cui ho combattuto, a quelli
che ho causato dolore, amarezze, danno… A tutti quelli che ho soccorso,
aiutato, liberato da qualche problema… quelli che mi hanno contradetto,
mi hanno disprezzato, mi hanno fatto del danno. Quelli che ho visto
nelle baracche, nelle capanne, sotto i ponti. Tutti quelli di cui ho
potuto indovinare la disgrazia, vislumbrare le loro inquietudini. Tutti
quei bambini pallidi, di faccie sprofondate… Quei tisici dell' ospedale
San Giuseppe, i lebbrosi di Fontilles… Tutti i giovani che ho trovato in
un circolo di studi… Quelli che mi hanno insegnato con i libri che hanno
scritto, con la parola che mi hanno diretto. Tutti quelli della mia
cittá, degli altri paesi, quelli che ho trovato in Europa, in America…
Tutti quelli del mondo: sono miei fratelli.
Rinchiuderli nel mio cuore, tutti in una sola volta. Ognuno nel suo
posto, perché, naturalmente, vi sono posti differenti nel cuore dell'
uomo. Essere pienamente cosciente del mio immenso tesoro, e con una
offerta vigorosa e generosa, ofrirli a Dios. Fare nel Cristo la unitá
dei miei amori. Tutto questo in me come un' offerta, come un dono che
scoppia nel petto; un movimiento del Cristo nel mio interiore che
sveglia e avviva la mia caritá; un movimento dell' umanitá, per me,
verso il Cristo. Questo è essere sacerdote!
La mia anima giammai si aveva sentito piú ricca, giammai era stata
trascinata da un vento cosí forte, e che partiva dalla parte piú
profonda di se stessa; giammai aveva riunito en se stessa tanti valori
per elevarsi con essi verso il Padre.
Urgito dalla giustizia e animato per l' amore.
Cambattere, non tanto gli effetti, cuanto le sue cause. Che guadagnamo
gemendo e lamentandoci? Lottare contro il male corpo a corpo. Meditare e
ritornare a meditare il vangelo del cammino di Gerico (Cfr. Lc
10,30-32). L' agonizzante del cammino è il disgraziato che trovo ogni
giorno, ma è pure il proletariato oppresso, il ricco materializato, l'
uomo senza grandezza, il poderoso senza orizzonte, tutta l' umanitá del
nostro tempo, in tutti i suoi settori.
Prendere in primo luogo la miseria del popolo. È la meno meritata, la
piú tenace, quella che piú opprime, la piú fatale. E il popolo no ha
nessuno che lo preservi, per toglierlo dal suo stato. Alcuni si
compatiscono di lui, altri lamentano i loro mali, ma, chi si consacra
tutto intero ad intaccare le cause profonde dei suoi mali? Di qui la
ineficacia della filantropia, della sola assitenza, che è un impiastro
sulla ferita, ma non il rimedio profondo. La miseria del popolo è del
corpo e dell' anima allo stesso tempo.
La prima cosa, amarli: amare il bene che si trova in loro, la loro
semplicitá, la loro rudezza, la loro audacia, la loro forza, la loro
franquezza, le loro qualitá per lottare, le loro qualitá umane, la loro
allegria, la missione che realizzano davanti le loro familie… amarli
fino a non poter sopportare le loro disgrazie… Prevenire le cause dei
loro disastri, allontanare dai loro focalari l' alcolismo, le malattie
veneree, la tubercolosi. La mia missione non puó esser soltanto
consolarli con belle parole e lasciarli nella loro miseria, mentre io
pranzo tanquillamente, e mentre nulla mi manca. Il loro dolore deve fami
male: la mancanza d' igiene delle loro case, la loro alimentazione
deficente, la mancanza di educazione dei loro figli, la tragedia delle
loro figlie: che tutto quello che li impiccoliscono, che laceri pure me.
Amarli per farli vivere, affinché la vita umana si sviluppi in loro,
afinché si apra la loro intelligenza e non rimangano arretrati. Che gli
errori ancorati nel loro cuore mi tormentino continuamente. Che le bugie
o le illusioni con le quali li inebbriano, mi tormenti; che i giornali
materialisti con cui li illustrano, mi irritino; che i loro pregiudizi
mi stimolino a mostragli la veritá.
E questo non è altro che la traduzione della parola "amore". Li ho messi
nel mio cuore perché vivano come uomini della luce, e la luce no è che
il Cristo, vera luce che illumina ogni uomo che viene a questo mondo (Gv
1,9). Tutta la luce della ragione naturale è luce del Cristo; tutta
conoscenza, tutta scienza humana. Cristo è la scienza suprema.
Ma Cristo porta loro un' altra luce, una luce che orienta le loro vite
verso lo essenziale, che offre loro una risposta alle loro domande piú
angustiose. Perché vivere? A che destino furono chiamati? Sappiamo che
vi è una grande chiamata di Dios sopra ognuno di loro, per farli felici
nella visione di Lui stesso faccia a faccia (1Cor 13,12). Sappiamo che
furono chiamati ad ampliare lo sgurado fino a saziarsi dello stesso Dio.
E questa chiamata è per ognuno di loro, per i piú miserabili, per i piú
ignoranti, per i piú abbandonati, per i piú malvagi tra di loro. La luce
del Cristo brilla fra le tenebre per tutti loro (Cfr. Gv 1,5). Hanno
bisogno di questa luce. Senza questa luce saranno profondamene
disgraziati.
Amarli appasionatamente nel Cristo, affinché la somiglianza divina
progressi in loro, affinché si rettifichi nel loro interiore, affinché
abbiano orrore di distruggersi o di diminuire, affinché abbiano rispetto
della sua propria grandezza e della grandezza di ogni creatura umana,
affinché rispettino il diritto e la veritá, affinché ogni essere
spiritule si sviluppi in Dio, affinché trovino nel Cristo la coronazione
della loro attivitá e del loro amore, affinché le sofferenze del Cristo
siano loro utili, affinché le loro sofferenze completino le sofferenze
del Cristo (Cfr. Col 1,24).
Se li amiamo, sapremo quello che dovremo fare per loro. Risponderanno
essi? Si, in parte. Dio vuole che sopratutto mi impegni, e nulla si
perda di quello che si fa nell' amore.